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RECENSIONI | REVIEWS

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Questi zingari musicali non stanno mai fermi. Presi dall’ansia di suonare, girare, sperimentare, confrontarsi con le realtà più disparate del mondo sia sociali che musicali, pubblicano il loro secondo disco ma e il primo full-length. Tutti i musicisti coinvolti sono contemporaneamente in mille altre gruppi e fanno cose del tutto diverse e proprio questa enorme varietà di stili e di tendenze musicali è convogliata in “Zen crust”. Se la base di partenza è il free jazz, la contaminazione domina. Si parte con il jazz etiope e tribale africano di “Bilaa jawaaz safar” per poi sbeffeggiare il fascismo in “Apopse pethainei o fascismos” fino a giungere nell’apparente dialettica di “New world border”. Ma il viaggio continua con la tensione e la sperimentazione di “Fremente” e va in velocità prima con la circolare e frenetica con “Pont des Arts” e poi con la cavalcata jazz di “Saffo’s wedding party”. In “Miseria violenta” ritroviamo un folk caposselliano, mentre la tristezza brasiliana emerge nella boss-jazz di “Cultivar subervisos”. Intriganti poi gli spezzettamenti di “Fi Tunis” e nella title-track, nel finale, il gruppo si sfoga e mette di tutto con vari cambi di registro stilistico, dal prog all’etno fino al tribal-funk. Un disco che fa viaggiare tantissimo.  18/09/2014 Vittorio Lannutti – link

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OndaRock  Tra gli innumerevoli progetti e apporti del multistrumentista e compositore Jacopo Andreini, Tsigoti e Squarcicatrici sono tra quelli in cui la sua personalità artistica è determinante. I primi hanno prodotto, con “Private Poverty Speaks To The People Of The Party” (2010) e i successivi “The Imagination Liberation Front Thinks Again” (2012) e “Read Between The Lines Think Outside Them” (2013), dei caroselli martellanti d’irruenza punk, canto Nick Cave-iano, scapestrate sortite Emir Kusturica-esche, libere big band alla Charlie Haden e piano ragtime. Ancor più personale è Squarcicatrici, dapprima un progetto a nome proprio, il cui primo “Bossa Storta” (2006) inizia a esprimere la sua anima jazz in sincopi sudamericane (salsa, tango, samba, etc.) e uno spettro che spazia dalla semplice chanson acustica alla jam be-bop, alla cavalcata fusion, fino agli studi elettronici. Questo disco è preso in grande considerazione dai musicisti che vi partecipano e da quelli che via via vi si aggiungono, fino a comprendere una line-up libera e mutante ma compatta. L’omonimo “Squarcicatrici” (2009) fa così prendere corpo agli esperimenti, sondando danze Bregovic-iane (“Afrotellacci”), tango alla Piazzolla (“Macedone”), danze macabre (“Mbizo”, “J’ai Faim”) e citazioni colte (“Gorecki”), con risvolti caotici quasi free-jazz ed effetti sonori cacofonici sia strumentali che di produzione (“Izgubljen Sambetta”). “Zen Crust” completa il processo e diminuisce le ingenuità ancora presenti nei lavori precedenti. Il jazz modella apertamente i nuovi highlights del combo, a partire dalla danza orientale di “Bilaa Jawasz Safar”, con due assoli isterici di chitarra e sax, spalleggiati dall’elettronica, quindi il bolero atonale guidato dal violoncello di “Fremente”, il contrappunto sincopato John Zorn-iano di “Pont Des Arts”, con passerella di contorsioni di fiati, e l’analoga samba demonica di “A1”, in cui gli strumenti vomitano cacofonie. La chanson, “Jous d’Amandes”, stavolta fa da introduzione a un crescendo di amplificazione e distorsione. Ci sono anche trovate divertenti, come i raggi laser da “Star Wars” che spazzano via la sarabanda post-fusion di “Saffo’s Wedding Party”, o il duello di sola sezione ritmica di “Fi Tunis”, o il saltarello meridionale, metallico e ribattuto da sembrare arrangiato da Tom Waits, di “Miseria Violenta”. Una confusa prova di linguaggio totale? Una maratona di brani-intermezzo con manie di grandezza? Quasi-jazz d’autore con spirito di denuncia in filigrana? A prenderlo per quello che è, un generoso divertissement di brevi creazioni miste per impegno e tecnica, è prodigo di tortuose piacevolezze innervate da una perfetta produzione granitica. Preceduto dal live gratuito “Squarci a Milano” (2011). Ben dieci musicisti tra cui anche un mandolista (Samuele Venturin), bravi, oltre al leader, Matteo Bennici al cello e Scott Rosenberg allo squittente sax sopranino. Edizione in vinile di Escape From Today. voto 6.5 (04/08/2014) Michele Maran – link

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cover_zen crustlogo_SATutto nato fra Pontassieve e Pelago, forse in un camminamento medioevale che giunge ad una collina – quello di Nipozzano nella fattispecie – da cui fuoriescono chimerici i capricci sonori di Jacopo Andreini, polistrumentista attualmente dietro le pelli di L’Enfance Rouge, ma poi agitatore di tante belle realtà, nuclei e situazionismi. Il progetto in questione prende il nome di Squarcicatrici e ha già seminato, lungo la via, morti e feriti fra la transumanza indiana cantata, suonata e scritta. Esordio calmierato nel 2006 con un album in proprio, chè già il titolo la diceva lunga o breve, ditemi voi: Bossa storta. Sophomore, tre anni dopo, con moniker e titolo identici – Squarcicatrici per l’appunto – dove non erano più solo avvisaglie le ritmiche deviate, l’incrocio di scale e modi, il tempo bizzarro, ma certezze e, per dirla fuori dai denti, ci si affrancava dal Mediterraneo per un più bastardo jazz a scansioni afro-punk (o chiamatele come volete), giro Les Negresses Vertes o, meglio ancora, Les Hurlements d’Leo. Molta Francia, verrebbe da dire, o molto di ex colonie francesi, ma l’approccio parafrasa, per usare un eufemismo, l’etnoworld, sfanculandolo alla bisogna. La terza lancia in faccia arriva sempre da quella collina, un po’ sospesa nei dirupi o indecisa, dipende dai punti di vista, fra cassero e valle dell’Arno. Andreini l’ha battezzata Zen Crust, che traslato dice rabbia zen, tanto per confondere di più le carte in tavola. 14 brani in cui la prima vittima sembra essere la melodia – tagliuzzata, poi ricomposta, resa sostenuta e poi nuovamente sbuffata al vento – per poter inarcare le armonie con graffi di mondi distanti. Pare un curriculum vitae. Molto è già bello che scritto nel progetto francese dell’Enfance, ma l’animo di Jacopo, almeno in terra natia, non è irruento come quello del suo amico chitarrista Francois Cambuzat. È un lavoro di impasti molto concentrati, quello dell’ormai ensemble capeggiato dal toscano, dove l’agogica viene spesso serragliata da una concatenazione di frasi che sgozzano la sintesi. Avant sì, ma fatto di sillabe globaliste. Lo si stana nel prologo di Bilaa Jawaaz Safar, nel kolo free di Apopse Pethainei o Fasismos, nella melopea furtiva e lignea di Fremente e in tanto altro, spiluccando bene nell’ora scarsa. E come era scontato che fosse, in ogni traccia sono mondi che emergono, belli da risentire. Album di tinte e sensazioni.  voto 7.5  Christian Panzano link
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“Sopra, sotto e in mezzo a tutto c’è il punk” – Intervista a Squarcicatrici

Stilkunst (ovvero arte del padroneggiare ed esercitare stili differenti), e che non si scomodi la Baviera per questi tempi moderni. Bayreuth, Darmstadt e Parigi, poi New York, che alla disciplina wagneriana impose il silenzio. La Grande Mela funge tuttora da pietra di paragone – o metro con cui misurarsi i calzoni – per pleiadi di sperimentatori. Nel nostro caso di un ensemble che vanta attributi ennevolte e pantaloni compresi. Squarcicatrici si prenota un posto in prima classe sulle righe di fine anno, in netto anticipo rispetto al panettone. Non se ne tragga forzatura, ma quel germanismo così poco amicale oggi, stando alle frasi di Zen Crust – pregevole lascito dei toscani – calza a pennello sulle prime anafore della loro agogica: “Non abbiamo una ricetta, ci piace cambiare spesso le carte in tavola attraverso variazioni dinamiche, armoniche o di colore. Questo approccio si legge anche nella scaletta del disco: ci sono brani totalmente strutturati (New World Border), o largamente improvvisati con un tema a chiudere (في تونس – Fil Tunis), suggestioni da doppi trii free jazz (Pont des arts), colori elettronici (Saffo’s wedding party) e molto altro. La variazione è l’anima della nostra musica. Ci ritroviamo attorno ad un repertorio che ogni volta rinasce, si ricrea e cambia in base all’esperienza che cresce. Siamo anche attenti a non offrire il fianco alla noia, cambiamo strumenti, suoni, parti, intenzioni e strutture, specie dal vivo. Siamo un’orchestra libera, un circo musicale: ognuno conosce i propri ruoli e le proprie parti, ma fa comunque come gli pare!

Ebbene, già il titolo è un ossimoro bello e buono, per giunta di lunga gestazione, a quanto pare: “lo è, ed è anche la nostra Nuova Religione. Ci piace vivere gli estremi, tutti. Essere buoni e teste di cazzo, avere a cuore i problemi del mondo e sbattercene bruciando una quantità di gasolio per spettatore raggiunto ridicolmente alta. Vegetariani, vegetariofili e carnivori impenitenti. Comunque, in sostanza, prenderci il diritto (again) di fare che cazzo ci pare con la musica. MetalBossa? AfroNoise? PunkFusion? Mettici il nome che ti pare, domani faremo un’altra cosa ancora!” La scelta di diradare il suono viene forse posta a prima istanza. È stilkunst sfrondato, invece che addizionato, quando si pone l’accento su duende e dub o solo una ricerca che svela sbadatamente una luce di scherno negli occhi di Jacopo, leader della combriccola. Gira che ti rigira, questi Squarci appenninici fanno ciao ciao a downtown e periferia: un dionisiaco che parte da una veste di kolo macedone e si spoglia come avrebbe fatto king Tubby sui voicing dei lati B di una volta, potenziando in carattere i lick. Un avanguardismo che fra le mani di questi ragazzi diventa granaglia in filigrana: “sopra, sotto e in mezzo a tutto c’è il punk. O comunque quel modo sudicio e di pancia di trattare i suoni e gli strumenti. Quando suona più jazz, world (che poi che significa world? del “mondo” o soltanto “esotico”, come per i negri degli zoo umani degli anni ’30? e quindi quando uno fa punk non è world? o è extraterrestre?) o comunque lo si voglia chiamare… è sempre quel maledetto bastardo punk che vive dentro di noi. I soli di Matteo, il whawha e la distorsione sui suoi strumenti a quattro corde, il sound di sax di Andrea, l’approccio al contrabbasso di Piero, la batteria di Enzo, le mie chitarre o i temi di sax: tutto punk. Spirito punk! Ché del genere, di nuovo, non ce ne può fregare di meno! Se la parola “world” ritorna al suo significato originale, liberandosi dal fardello posticcio voluto da Peter Gabriel, possiamo essere d’accordo. Tutta la musica è world, dai suonatori di Kora a Phil Ochs, dai Crass a Cornelius Cardew: sono tutte musiche che nascono in determinati contesti e culture, e ciascuna fa riferimento al proprio contesto ed alla propria cultura. Viviamo in un mondo nel quale è possibile ascoltare tanta musica diversa: senza pretese di carattere etnomusicologico, ci piace essere parte di un processo di mescolanza, contro ogni appartenenza nazionalista. E questo lo facciamo oggi, quindi siamo contemporanei.

Ascoltando Zen Crust non è Pantagruel l’immagine più prossima, semmai le misure plastiche del surrealismo e la scocca onirica rimessa in funzione. Ma sono chili di berbero che accompagnano immagini o si contrappongono ad esse? Leggiamo sul sito ufficiale del gruppo che Zen Crust diventa, o diventerà, anche un documentario: “le fasi di realizzazione del disco sono state filmate tutte da Jacopo, che si sta occupando anche del montaggio. Tra poco  potrete vedere tutti come abbiamo passato questo anno di lavoro, e capire quanto seriamente ci divertiamo a fare dischi. (PS. Un duetto lo abbiamo fatto, Jacopo ed io: i soli a scambio su Pont des Arts! Ed è tutto ripreso!)”. E pensare che come un buon vino famoso, tutto ha origine daNipozzano: “è stato il luogo dove Squarcicatrici ha potuto provare, registrare ed incontrarsi sino all’anno scorso. La realtà odierna ci vede ben più sparsi per lo stivale, in un arco che va da Reggio Calabria a Milano. Quelli di noi che a Nipozzano hanno vissuto non sono mai stati fuori dal mondo, sia perché uscivano spesso in cerca del mondo, sia perché molte persone sono passate da Nipozzano: Mike Watt, Thollem McDonas, Phil Minton, Theresa Wong, tanto per dirne alcuni. In questa casa c’è stato uno studio collettivo nel quale hanno lavorato realtà come il Jealousy Party, la Motociclica Tellacci, gli Tsigoti, i Luther Blissett e molti altri. Non sono mancate le occasioni di confronto col resto del mondo, davvero. Molti di questi amici hanno lasciato una traccia su Zen Crust: Francesco Di Mauro, Gi Gasparin, Mariuccia Minichino, Scott Rosenberg, Simone Tecla, Samuele Venturin ed Andrea Di Lillo. Si evince una grossa pancia schietta e popolaresca, piena di ritmo e velocità, tempi stretti e poi dilatati. Un binario su cui far scorrere il treno di forme liber(at)e.“L’improvvisazione fa bene quando è il risultato di una ricerca e non la cronaca del suonare.  Nuoce invece la dicotomia struttura-improvvisazione, perché separa due cose che sono una: la composizione. Credo che l’improvvisazione sia il requisito fondamentale della composizione e viceversa.  Molti dei progetti a noi comuni (come Tsigoti, Motociclica Tellacci, Jealousy Party, L’Enfance Rouge e – moltissimo – Squarcicatrici) hanno avuto come comune denominatore questa fusione”5 giugno 2014  di Christian Panzano link

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cover_zen crust1390749_664905980210944_81554619_nOgni squarcio provoca una cicatrice. Sicuro. Sì. Squarcicatrici e il jazz tutto loro. O tutto da ogni dove. Prendere e mettere in un sacco, agitare, pescare, rimischiare, creare con forza/violenza. Secondo album? “Zen Crust”. Mischiare sensazioni e fare male mentre lo si fa. O lenire sfondando i timpani. Dedali sonori e altro ancora? Sì, di nuovo. É così che Jacopo Andreini e i suoi soci ci sfregiano. E lo fanno senza pietà. Perché averne quando si parla di musica? Delineare un percorso illuminato da tutto. Si passa da paesaggi di pura “corda” e calore, violoncello, basso e dolore latino (“Jardim da Estrela” si trascina nella calura di città deserte) a sberle a metà tra Mulatu Astatke e Masada (quanto godere in “Bilaa jawaaz safar” con i suoi passaggi elettrici e fangosi). E mentre spaventosi rantoli vocali si distendono su un tensivo medio oriente (“Apopse pethainei o fasismos”) psicopatiche marcette di paese in freedom si stagliano su distese atonali (“Fremente” mi incarta il cervello) arrivano coltellate nakedcityiane tra gli occhi (“Pont des Arts” e le sue fughe di sax, ciao proprio). Tutto scorre, niente fa rallentare il ritmo del disco, che alle mie orecchie è tutt’altro che ostico, nemmeno virulenti inserti elettronici che sbucano senza preavviso (“Saffo’s Wedding Party”, i ritmi spastici di “Affrico”) o staffilettate di ruggine hardcore (il treno elettrico di “Jours d’amandes” che si schianta alla stazione del canto francese). “Zen Crust” è così, è un disco senza pace, senza tregua e, come dicevo all’inizio, senza pietà. Esce per Tzadik? E invece no. Escape From Today. Perdetevi in questa freedom psychjazz dance, dai, che ogni tanto fa bene.   Fabio Marco Ferragatta (maggio 16, 2014) – link

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cover_zen crustlogo-distorsioni# Consigliato da Distorsioni. Nel 2006 il bravo polistrumentista Jacopo Andreini, insieme ad un fitto stuolo di collaboratori, fece uscire per l’etichetta Saravah l’album “Bossa Storta”. Probabilmente alla luce degli stessi intenti e intuizioni presenti su questo lavoro prende vita ufficialmente l’ensemble Squarcicatrici con un album omonimo del 2009. Accanto ad Andreini (sax, batteria), le cui militanze nell’Enfance Rouge – ma soprattutto nei Jealousy Party – non ne nascondono innumerevoli influenze, Matteo Bennici (violoncello e basso), Andrea Caprara (sax tenore e percussioni), Enzo Rotondaro (batteria), Pietro Spitilli (contrabbasso). Con “Zen Crust” si arriva all’apice evolutivo del sound Squarcicatrici, un crocevia di folklore che attinge al tribalismo africano e alle suggestioni visive del medio oriente, fino ai ritmi di bossa più caraibici e sud americani, il tutto liberamente associato al free jazz, assalti avant punk, jam dada impro con contaminazioni di noise ed elettronica. Il disco, corredato dalla splendida cover realizzata dal maestro fumettista Squaz, esce in versione vinilica per Escape From Today e in CD per Wallace Records. Un’ora scarsa di rumore incontenibile che gioca sulla decostruzione melodica e sugli strappi ritmici. Una rivisitazione post esistenziale dei collage blasfemi che per Beefheart passavano dallo smembramento del blues e per gli Holy Modal Rounders per quello del folk, qui la vena dissacratoria e alternativa passa per un lungo tour transcontinentale. Bozzetti frammentati, dinamiche scomposte per ottenere una vivacità sonora incredibilmente fluida e orecchiabile, ariosa tanto nelle progressioni tortuose e nella fusion sperimentale che nelle fasi più massicce e corpose in cui predomina un power drumming incalzante quanto scanzonato e smaliziato. Testi come la funambolica omonima Zen Crust o le prime due tracce ( Bilaa jawaaz safar e Apopse pethainei o fasismos) che procedono tra linee arabeggianti di sax in dialogo con un basso cupo e metronomico, non hanno nulla che li faccia accostare ai tribalismi da world music o alle più comuni cavalcate free jazz. Sarebbe più appropriato parlare di collage strumentali capaci di volta in volta di scomporsi e ricombinarsi in un effluvio caleidoscopico di colori sgargianti. Le attinenze con Squartet, Tougsbozuka, Testadeporcu e Jealousy Party sembrano riportare ad una scena di assalto mutante tipicamente nostrana. Assolutamente schizoide e multi sfaccettata la bellissima Fremente con i fiati in libera contorsione o la jam Saffo’s Wedding Party con tanto di crepitare di contrabbasso e nitriti equini. Miseria Violenta con la mandola e i campanacci. Una sorta di creatività istintiva e primordiale che procede artisticamente tentando di rielaborare le varietà e le contraddizioni del nostro pluriverso allo sbando.  Voto: 7/10  – Romina Baldoni – link

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cover_zen crust

cropped-logo_120Esce in edizione in vinile limitato per la Escape From Today (e per la Wallace di Spino) il nuovo dei toscani Squarcicatrici. E se la sorpresa può andare bene insieme alla conferma, questo è un caso di felice connubio. La band, guidata da Jacopo Andreni, lavora fin dal titolo con gli ossimori, facendo convivere il free jazz con il folk, l’esotica con l’hc, la sperimentazione con influenze tribali. L’eclettica formazione si muove con tanta libertà, ma dimostra anche maturità e stile da collettivo rodato. Sembra a proprio agio con i suoni slavi, con il blues, i giochi elettronici, il Brasile e con la musica africana, ma sopratutto con il jazz punk ironico e imprevedibile. I ritmi sono sempre messi in primo piano, spinti avanti con energia, e passato e futuro si incontrano espandendo la libertà formale del lavoro. Questo è il terzo disco del progetto, il più a tiro del catalogo. A chi intriga l’offerta consiglio anche il primo del 2006, intitolato “Bossa Storta”.  – La Giustizialink

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squarci a milano_cover1Logo%2520Breakfast%2520JumpersPICCiao a te, mattiniero sorseggiatore di latte&caffè! Oggi, prima di cliccare sulla playlist e farla partire, assicurati di non tenere troppo alto il volume delle casse del PC. I vecchietti al piano di sotto avrebbero di che lamentarsi alla prossima riunione di condominio, perché questi Squarcicatrici sono dei gran casinisti. Dopo il fatidico ”click”, magari potrebbe venirti in mente Fela Kuti, e poi qualcosa dei Primus, o degli Area e dei Morphine, oppure, come è successo qui a TBJ, potrà capitarti di pensare: «Fighi! Sembrano la versione proletaria e impegnata dei Calibro 35». Tutto questo, oltre a metterti in guardia sulle ripercussioni che Squarci a Milano potrebbe avere sui tuoi rapporti di buon vicinato, dovrebbe allo stesso tempo fornirti un piccolo quadro della portata sonora del gruppo, se non lo conoscevi già: sassofoni à gogo, percussioni furiose, contrabbasso, violoncello e, qua e là, episodi di voce maschia che suona più che cantare. Dopo i primi due album Bossa Storta (2006) e Squarcicatrici (2009), Jacopo Andreini e compagni liberano in free download per SGR Musiche questo live di sei pezzi afro-jazz-punk, registrato da Paolo Casati al circolo Arci La Scighera di Milano il 1° aprile 2011. Silvia Di Qualcosa – 04/2012 – link 

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squarci a milano_cover1canili d’adda
In generale è difficile che apprezzi un disco dal vivo poiché molto spesso dischi simili non fanno altro che riproporre canzoni tratte da album già pubblicati senza la minima variazione e con necessariamente una qualità di registrazione differente da quella ottenuta con un lavoro pensato e lavorato in toto in studio. Ovviamente ci sono eccezioni. Singoli gruppi. Singoli concerti. Singoli generi. Come il Jazz, in cui le versioni da studio non sono altro che una delle interpretazioni che si possono avere delle tracce in questione. In questo caso abbiamo un gruppo che affonda le sue radici nel Jazz e fa dei concerti propria attività importante. Propongono e ripropongono, variano, influenzano, ricercano radici, variano, reinterpretano, osano… Non accontentandosi di registrare tutto una volta e bona, finità lì che tanto la prossima volta dal vivo la si rifà uguale uguale. Il risultato è un magma in movimento da godersi nel suo fluire. Quindi, ancora una volta, le definizioni, le etichette, necessarie per un primario orientamento, vanno poi tenute come tali, lasciate sulla confezione, mentre ci ci avventa sul contenuto. Ovviamente si parla di Jazz. Ma anche di “Afro”. Con anche certi “groove”. Mah… meglio tornare a godersi l’insieme del disco, goderselo nella sua pienezza, senza perdersi nel cercar di definire singole parti che da sole significano ben poco.  Federico.org  – 01/11/2012 – link

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squarcicatrici_2CoverimagesAvevamo conosciuto gli Squarcicatrici tre anni fa, quando esordirono con “Bossa Storta” e Jacopo Andreini batterista e sassofonista ma soprattutto ideatore di questo progetto, li portava in vita reagendo alla rotondità della musica con delle soluzioni di destrutturazione del suono parecchio interessanti che mantengono alta la velocità e quindi come il pop rimangono immediate, d’effetto e con una buona struttura fisica ed emotiva. La forza del suonatore che suona anche quando parla o cammina e suda note, note vive. Per l’esordio Jacopo aveva messo insieme L’Enfance Rouge,di cui fa parte per un terzo, Edoardo Ricci e altri amici musicisti fino ad arrivare a tredici. La formazione di oggi si è ritrasformata,e Jacopo è andato a scovare all’estero quasi tutti gli undici elementi. Del resto, suonando per il mondo trovi gente magnifica come il pianista Thollem McDonas o Erwan Naour (Les Hurlements d’Leo) che vogliono suonare con te. Questo secondo album – che verrà presentato dal vivo in quintetto con Jacopo alla chitarra, sax alto, percussioni e voce; Andrea Caparra al sax tenore e percussioni; Matteo Bennici al violoncello, basso elettrico e voce; Piero Spitilli alle contrabbasso e percussioni; Simone Tecla alla batteria e Andrea Belfi alla seconda batteria – si rivela allora quanto mai coinvolgente. E infatti è questa la chiave di lettura di tutto il disco: il coinvolgimento! È come una lunga danza prima africana, poi macedone, poi francese e cinese. Un disco che viaggia e attraversa, sparge idee contorte e le regolarizza con il proprio buon gusto; un lavoro ben concepito e ben suonato. – Francesca Ognibene – 09/2009link

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squarcicatrici_2CoverEcco il ritorno di Jacopo Andreini, non che se ne fosse mai andato in verità, infatti ha sempre continuato a battere le pelli per L’Enfance Rouge, a suonare con i Jealousy Party ed a collaborare a diverso titolo con altri, ma che questo progetto lo coinvolga in modo molto diretto sotto diverso punti di vista lo si intuisce da parecchi particolari. Innanzitutto il fatto ovvio che nonostante le diverse line-up ed il gran numeri di gente coinvolta in questo disco dietro al banco del mixer siedono solo lui ed Andrea Caprara (e fanno davvero un ottimo lavoro), ma se avete avuto modo di seguire alcuni suoi progetti durante questi anni vi sarete anche fatti due idee sui gusti variegati del toscano e potete stare tranquilli che questa specie di gruppo etno-jazz-folk-balcan-patchanca-etc. è un gelato “tutti-frutti” come piace proprio a lui. Si passa agilmente dal jazz sinuoso e free di tracce come Mbizo e Garota al folk crossover di molti gruppi francesi come in Izgubljen sambetta, dal cameristico chinese-western-folk di Afrocina al quasi rock sinfonico di Gorecky. Suono a predominanza acustica che si incorpora per lo più in contrabbasso più batteria/percussioni e su cui si muovono sax, fisarmonica, piano e soprattutto le voci, l’ultimo particolare non deve stupire dato che bene o male per la maggioranza dei pezzi si può ormai parlare di vere e proprie canzoni. Anzi, filosoficamente ed anche a livello di suono accosterei il lavoro a cose come i Negersse Vertes, l’ultima Banda Ionica, i Mano Negra, Manu Chao, Bregovich, Capossela e tutta una riga di gruppi delimitati da questi ipotetici (ed intracciabili) confini, però il tutto virato con un gusto ed un’estetica molto Andreini-ana. Un disco caldo a partire dalla superficie scrostata che compare in copertina, per arrivare alla produzione ed al suono, per quanto riguarda questo ambito di “etno-fusion globale”, se proprio così la vogliamo definire, si tratta senza ombra di dubbio del miglior lavoro che coinvolge il toscano ed alcuni dei suoi soci. Gli Squarcicatrici sono cotti al punto giusto, quel tanto che basta difficili per non poter avere il successo dell’Orchestra di Piazza Vittorio, quel tanto che basta melodici per non piacere agli alternativi free-jazzy da circuito underground e quel tanto che basta storti, rock e demodé da non piacere agli intellettuali della musica etnica e di radice popolare da salotto colto (quelli che “anche io ho il mito del buon selvaggio come Levi Strauss e Godard”). – Andrea Ferraris – 03/11/ 2009 –  link

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squarcicatrici_2Coverlogo_SADiavolo d’un Andreini e diavolo d’una Wallace. Quando meno te lo aspetti ecco che ti rigirano le carte in tavola sconvolgendo tutto ciò che ti eri preparato ad ascoltare. Se dell’eclettismo del catalogo della seconda si è ampiamente detto (che qualche sorpresa mr. Wallace ce la tira sempre fuori) forse al primo non è mai stata data la giusta attenzione. Sassofonista, batterista, improvvisatore tentacolare e completamente fuori di testa in questo progetto – al secondo disco dopo Bossa Storta di qualche anno fa – Andreini si circonda al solito di uno stuolo di supereroi per imbastire un 13 pezzi di ruspante afro-punk e apolide jazz contemporaneo. L’attacco è da urlo. Afrotellaci è esattamente come da titolo: un pezzo di una maestria Astatkiana smontato e rimontato dentro l’officina più sgangherata del panorama italiano. A ruota arriva Macedone: folk sui generis, ubriaco e cabarettistico come potevano concepirlo i CCCP di Epica, Etica, Etnica, Pathos se avessero guardato più a sud-est. Forse è una bestemmia visto che si tratta di uno dei più liberi e “no compromises” personaggi del panorama italiano, ma Squarcicatrici è forse proprio il mezzo espressivo più free dello spirito libero di Andreini. Che si muove, cioè, letteralmente senza barriere o steccati che non siano solo la voglia di suonare/comunicare una musica letteralmente “world”: sentita, appassionata, bellissima. (7/10) – Stefano Pifferi, 12/11/2009 – link

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squarcicatrici_2CoverRockon.itGli Squarcicatrici sono una band anomala guidata da uno dei migliori musicisti italiani, quello Jacopo Andreini, polistrumentista con predilezione per sax e batteria, che è alla guida di ben undici elementi internazionali. Questo secondo album dell’ensemble viene pubblicato a tre anni di distanza dall’esordio “Bossa storta”. Che cosa suonano gli Squarcicatrici? Bella domanda, diciamo che la loro base è il jazz, ma poi si diramano lungo tortuosi ed impervi sentieri etnici e sperimentali. Il gruppo parte con i fuati semi-noise di “Afrotellacci”, procede con il folk balcanico di “Macedonia” e ricorda il connubio tra The Ex e Mekuria in “Mbizo”. Sulla stessa lunghezza d’onda di Daniele Sepe, dal punto di vista concettuale, Andreini & soci sono per natura cosmopoliti, così viaggiano e fanno viaggiare l’ascoltatore tra la tribalità mistica ed evocativa di matrice, anch’essa africana, di “Mbizo” e le sonorità orientali, sostenute da un jazz melodico e quasi progressive di “J’ai faim, Jessie”. Per “Afrocina” ci portano inaspettatamente in un improbabile night club pechinese. Se con “Carota” ci fanno ballare con i ritmi sudamericani, con “Invischiata” ci riempiono il cuore di romanticherie lascive e malinconiche come solo Capossela, Conte e Tom Waits sanno fare. Questa sì che è musica senza confini ed internazionale. Voto 9/10 – link

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squarcicatrici_2CoverNerds Attack!Tre anni dopo ‘Bossa Storta’ (distribuito in mezzo globo) ritorna il collettivo degli Squarcicatrici. Undici elementi in studio che si riducono a sei nelle esibizioni dal vivo. A trainare il tutto ci pensa il motore follemente polistrumentale di Jacopo Andreini, sassofonista/batterista-trapezista, che in oltre vent’anni ha alacremente collaborato e dato vita a decine di progetti e joint venture da far impallidire una calcolatrice (valgano solo alcuni come Bugo, RUNI, Ovo, Maisie, Bron Y Aur, L’Enfance Rouge, Bz Bz Ueu… per un sommario totale di circa 400 concerti e oltre 70 dischi). Un disco di una perizia balistica impressionante, senza però la noia e la boria della dimostrazione tecnica da primi della classe. Primordialità e tribalità, bossa e jazz fusi alla meraviglia, improvvisazione e avanguardia, lontani richiami di world music e battiti afro. Con un occhio alla destrutturazione di scuola no-wave newyorkese. All’interno del booklet troverete allegato un saggio del sociologo brasiliano Chico Caminati dal titolo “Preto são todas as cores, branco é ausência de cor!” scritto appositamente per questo progetto. Tredici piccoli mondi affrescati di passione e gusto.  Alchimia all’ennesima potenza. Giganti. – Emanuele Tamagnini – 30/09/2009 link

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squarcicatrici_2Coverhttps://i0.wp.com/kiwido.it/public/stampa/290x1850/logo_aliasmanifesto.jpgIn genere bisogna diffidare da chi si autodefinisce, alla ricerca della frase perfetta. Però la dizione «afro punk, jazz emigrante, bossa storta» che accompagna questo secondo lavoro degli Squarcicatrici (ovvero squarci e cicatrici assieme: altro bel modo per fare i conti con l’impossibile) è davvero calzante. Doppio basso, doppia batteria, violoncello, ritmica, due sax imbizzarriti e fieri, chitarra: il necessario per un percorso che, per certi versi, ricalca le orme di Carlo Actis Dato e dei suoi mirabolanti, esplosivi pastiche etnojazz. Il tutto scaturisce dalla mente inquieta di Jacopo Andreini, polistrumentista affascinato dal jazz estremo come dalla no-wave, dai Lounge Lizards come da Zappa. Uno che non si fa scrupolo di frequentare i peggiori strip bar o i più raffinati club avantgarde in giro per il mondo: e si sente. (g.fe.)

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squarcicatrici_2Coverhttp://alwaysneveragainproduzioni.files.wordpress.com/2012/09/extralogo.gifLa vulcanica Wallace Records ci propone un ensemble di ben undici elementi che corrono come forsennati verso la loro meta. Di quale meta stiamo parlando? Dell’urgenza di spostare continuamente le coordinate della loro musica, come se una mano invisibile spostasse l’oasi che state cercando dopo ore di deserto arido e sole cocente. Sotto la nostra lente di ingrandimento c’è questo progetto che porta il moniker Squarcicatrici, già licenziatari del loro primo album “Bossa Storta”, uscito nel 2006 per l’etichetta francese Savanah. Fra i membri di questo combo spuntano nomi legati ai Malfunk, Orlock e L’Enfance Rouge che garantiscono l’imprendibilità di una band dedita allo spiazzamento dell’ascoltatore. Jacopo Andreini, polistrumentista funambolico e ottimo sassofonista, taglia e cuce appiccicando alle trame inserti jazz, improvvisa trascinandosi dietro il resto dei componenti, la risultante di tutto ciò è la fresca e snella “Sans Races”. Pochi gli interventi della voce, molta la musica che si snoda, sinuosa, durante il percorso, senza mai distender(si)e completamente l’ascoltatore. La tensione è alta, il tiro micidiale e il songwriting impeccabile. Potremmo tessere altre lodi ma l’unico modo per comprendere, o semplicemente per lasciarsi andare, è tuffarsi in questo mondo proteiforme, ricco di chiaroscuri, d’impennate violente e pennellate delicate, il tutto riassunto nella stupenda “Mbizo”. In “Pilhar Frequenza” sembra di sentire Tom Waits, di “Swordfistrombones”, dopo una lunga cura a base di Captain Beefheart. Si viaggia dalla bossanova alla ballata, passando per atmosfere orientali e ritmiche danzerecce. I ragazzi non si (vi) fanno mancare proprio nulla. Dal vivo la band si dimezza arrivando al tetto massimo di sei elementi, numero pur sempre consistente, sicuramente capaci di ri-arrangiare i pezzi senza far perdere loro lo smalto ottenuto in studio. Un disco ricco di molti sapori, che potrete ascoltare anche pezzo per pezzo, sezionandone l’anima forse, ma non il risultato ve l’assicuro. – Giuseppe Celano

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squarcicatrici_2CoverItalian Embassy
Nella magra delle vendite, il peggior cruccio di chi è deputato -ancora per poco?- all’inserimento dei dischi negli scaffali dei negozi è la classificazione. Col suo nome di ferite scorticate e i cerotti a coprire le suture che saldano placche tettoniche prima ancora che generi musicali, “Squarcicatrici” è il tipico rompicapo che fa ammattire le necessità di ordine: dirimpetto a valori indiejazz quali Slowmovies e Underdog, la 122esima uscita per Wallace Records (che coproduce con Burp, San Giuseppe Rec e Frigorifero Prod) mesta ancor più le acque in una Pangea dominata dall’abbandono del tetto paterno quale che sia. Motore dell’operazione è Jacopo Andreini, polistrumentista tra i più quotati e irriverenti in circolazione, dotato di grande conoscenza trasversale e di fervida inventiva. In Squarcicatrici lo asseconda un nucleo di performer dalle esperienze più varie, ognuna delle quali si riflette nell’opera: Motociclica Tellacci, Les Hurlements d’Leo, Pangolinorchestrà e Vuneny, ma anche Andrea Belfi batterista dei Rosolina Mar e sperimentatore in proprio, con l’incipiente tour che sfrutterà tutte le vibrazioni di un doppio basso. Nel booklet, per altro, compare un saggio in portoghese del sociologo brasiliano Chico Caminati, a proposito di capitalismo, Africa, nuova politica sudamericana: Republique du Sauvage 2.0 ? La giostra inizia col ritmo afroide di Afrotellacci, la cui genesi è insita nel nome: tromba e sax di ispirazione balcanica ma meno “storti” dell’immaginabile, comunque accatastati agli altri strumenti nelle dissonanze che si succedono dopo la parte centrale del pezzo. A dispetto della ditta, in questo caso, Macedone è un esercizio traditional interpolato da strutture sovrapposte imperniate prima sull’accordéon poi sul sax tenore, tra freejazz ritmico e la voce di Andreini che strania e si estranea in un piacevole manicomio; in Sans races è Erwan Naour (Les Hurlements d’Leo) a prendere il sopravvento assieme all’effettistica, brano in linea con le precedenti produzioni dei francesi compresa la fuga finale degli ottoni. Mbizo è la prima delle due o tre tracce portanti: partenza smooth jazz da sigla noir di serial tv degli anni Sessanta ripresa da ipotetici Pink Martini che in due mosse di scacchi imbizzarrisce e diventa un orizzonte Kocani dove l’orient est rouge e il sax grasso, prima che un pianoforte austero la riporti in carreggiata nello spirito di un ensemble che trova gusto nello sventrare Coltrane per costruire qualcosa di diverso e legato ai popoli. Jazz emigrante, sta scritto nel press sheet, e viene da pensare alle registrazioni clandestine nei paesi dell’est durante gli anni della guerra fredda. Le roche urla di protesta in luso-latino di Pilhar fraqueza lasciano posto alla fanfara di J’ai faim, Jessie!, su base balcanica e arzigogoli di sax in concistoro di oche, col gran drumming di Andreini in primo piano e una battuta che potrebbe procedere per ore prima della seconda epifania, casualmente in traccia 7 (secondo la nota teoria induttiva). Izgublijen sambetta condensa il repertorio esattamente come farà qualche minuto più avanti la sua versione dubbata dai bosniaci Vuneny: nenia slava stile Ederlezi di donna su leggero fondo bossa, a rappresentare due dei poli del genio e sregolatezza calcistici, musica universale e bastarda che sta al jazz come figlio degenere ma prodigo. Interessante il cambio di passo dopo 2’20”, grazie a una chitarra anarcoide che starebbe bene nell’ultimo Ronin e la ormai consueta divagazione free del sassofono: il finale è per un temporale sonico e l’ennesima variazione, questa volta dub. Dopo cotanta esposizione campionaria, Garota è un bagno di filologia bossa, appena “disturbata” da spazzole aggiuntive e motivo accennato a mezza voce, fischietti come punture di spillo e spine nel fianco, rumori di scarto che la rendono più tropicalista in senso Os Mutantes. Grande curiosità e sollazzo per Afrocina, la musica prossima ventura: greve violoncello in tonalità mandarine educate da praterie occidentali, per ora solo uno scherzo sfizioso con la consapevolezza di un futuro che ci porrà di fronte sempre più spesso queste istanze non da cartolina. Gorecky è moviematica cfr. Henry Mancini, gonfia di liturgia e crescendo lirico melò, tanto quanto il triumvirato vocale di Afoforo suona percussioni nell’anno di Mulatu Astatké e del ritorno dei Tinariwen: sempre più spesso il viaggio reale o virtuale nel continente nero consente di attingere a fonti salvifiche per l’ispirazione, dopo i pionieri Gabriel e Byrne. Stai a vedere che quest’album è il vero seguito di “Lemming” anche se sotto la primazia di fiati e bassi? Commiato con il lento notturno Harlem di Invischiata, a sbriciolare bicchieri durante le pulizie dello speak easy in abandòn nelle ore in cui le prime, consecutive officine di carpenteria aprono i battenti, e il remix di  Izgublijen centrifuga dell’originale in scansione dub tramite intemerata di fiati che gracidano i loro ultimi rantoli tra il fuzz, la bossa e tutti i pezzi del disco che tornano a galla per vedere la palla di pelle di suono fatta da Jacopo, il figlio più buono… Un’altra istantanea del possibile, porto per l’immaginazione, lungimirante praticabilità e scala di collegamento fra ascolti seriosi e numeri importanti: sono le risoluzioni in cui musicisti eclettici come Jacopo Andreini e “imprenditori” illuminati quali Mirko Spino riescono a dare il meglio di se stessi, regalandolo a una platea si spera sempre più attenta ed entusiasta. – Enrico Veronese

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squarcicatrici_2CoverSupermizzi
Secondo album per Squarcicatrici, uno dei mille progetti di Jacopo Andreini (Enfance Rouge, Jealousy Party, Ronin, Nando Meet Corrosion e Bz Bz Ueu, per dirne alcuni). Il polistrumentista toscano, per chi ha avuto modo nel corso degli anni di seguirne le gesta, è uno che non si tira indietro davanti a nulla – una volta si definì “l’uomo che suona tutto ed è ovunque”. E però, se puoi trovarlo a pestare i tamburi in un combo rock o a soffiare nel sax in un ensemble free-jazz, la sua aspirazione sembra essere quella di andare in giro per il mondo in un solo disco, mescolando le più disparate sonorità. Allora è proprio con Squarcicatrici che il sogno diventa realtà e l’idea si materializza alla perfezione: coadiuvato da una nutrita schiera di compagni d’avventura, eccolo mettere assieme 13 brani che sono Africa, Balcani, Mediterraneo e quant’altro in una botta sola. Ma ciò che colpisce, a parte la qualità, è che si tratta di un disco che non solo non delude i palati più esigenti, ma potrebbe pure conquistare chi, questa roba, non la vorrebbe neppure come sottofondo. Potenza della (buona) musica. – Guido Siliotto – 22/06/2010link

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squarcicatrici_2CoverLASCENASquarcicatrici, un nome che evoca terremoto e tragedia, tagli di netto a fare dell’epidermide un’opera di Fontana in attesa che la ferita si rimargini. E invece, non appena il disco comincia a dare segno di vita, il progetto di Jacopo Andreini e soci si rivela per quello che è, raffinatissimo e delicato concerto per un numero ed un nome variabile di elementi, figlio bastardo di una storia tra genitori noti che – nonostante le divergenti visioni del cielo e della terra– ancora si vogliono bene. Pista da ballo aperta ad ogni ritmo e ad ogni provenienza, dal Portogallo a New York passando in libertà per le suggestioni del Mediterraneo trainati da una roulotte zingara che ha raccolto la richiesta d’autostop verso qualsiasi luogo. E’ free jazz per bocche abituate ad una dieta a base di couscous e torta di mele. Fusione di sonorità tanto calde che finiscono per cancellare la razza in un calderone magico e letale, corteo funebre per la concezione di confine, quello di Squarcicatrici è un invito a salire su un tappeto volante di fiati e ritmiche altalenanti che segue una rotta segreta forse perché volutamente ignota anche a se stesso. Schizofrenico quanto basta per non ricordarsi di quello che stava succedendo un attimo fa. Forse alla lunga un po’ stucchevole. Ma comunque bello. – Ruggero Trast – 08/02/2010 – link

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squarcicatrici_2CoverIl monicker scioglilingua Squarcicatrici, non è solo il nome dell’eclettica band apolide, ma è anche il titolo omonimo del secondo disco dell’ensamble world music, formato da elementi di rilievo tra cui spiccano Enrico Antonello, Piero Spitilli, Thollem McDonas ed Erwan Naour, compositori audaci di 12 tracce meltin pot, capaci di fare il giro del mondo in poco meno di un ora. Un disco che raccoglie i semi del jazz, della pathcanka, del folk, maturati e deviati senza preavviso in musica balcanica ed etno, proposta senza soluzione di continuità attraverso un iter che curiosamente non sorprende ma coinvolge a tratti. L’album, accompagnato dal saggio “Preto são todas as cores, branco é ausência de cor!”, si apre con le tribalistiche note mozzate di “Afrotellacci”, spinte verso un moderato groove dalle sonorità spigolose ed un free sound arido e poco convincente, a differenza di “Macedone”, in cui la fisarmonica dell’est ci trasporta in una danza kusturicana collocata tra peloponneso e antica polveriera d’Europa. L’elettronica invade la francofona “Sans Races” che ricorda per certi versi il lato più alternative dei “Noir desire”, evoluto verso il caldo suono della tromba di Antonello, con il suo ritmo andante, disturbante ed ossessivo. Il sentiero etnico percorso dalla band, tende anche a raccoglie polveri proto prog (“J’ai faim, Jessie”), che finiscono per (in)volvere verso facili ritmiche sudamericane, i cui estetismi si palesano in brani come “Garota”. Insomma un disco che ha il pregio di raccogliere intuizioni oltre la linea di confine, ma ha il demerito o i limite di raccontare senza riuscire a cogliere spunti essenziali, perdendosi in una destabilizzante e confusiva forma narrativa, che dona e toglie al medesimo tempo. – Loris Gualdi – 15/01/2010 – link

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squarcicatrici_2Cover

logo_musiczineAmateurs d’étiquettes et de choses bien ordonnées, n’écoutez pas Squarcicatrici ou vous deviendrez fous. Est-ce du free-jazz, de l’afro beat ou une bossa nova avant-gardiste ? Impossible de répondre. Squarcicatrici est un groupe à géométrie variable, qui évolue d’un disque à l’autre, selon les collaborations, autour du compositeur Jacopo Andreini. L’elpee s’ouvre par des sonorités de cloches brésiliennes. Le son est mat. La musique saccadée, balkanique, cuivrée. Immédiatement, on pense à Think of One, groupe itinérant et polymorphe, aux multiples influences. Mais Squarcicatrici semble encore plus hétéroclite, puisant ses influences au sein de racines plus diversifiées. Ici des cris humains rappellent des cris d’oiseaux, l’accordéon évoque une guinguette parisienne, puis c’est une sorte de barrissement à peine identifiable. De la musique sauvage, issue de rencontres, qui opère des virages surprenants. Là c’est un slam acéré sur fond électronique, évoluant dans l’esprit du groupe belge (NDR : encore méconnu) C A R L. Puis dans une ambiance très jazzy, les saxophones se posent sur une discrète contrebasse. S’en suit une accélération précipitant le morceau vers d’inquiétantes improvisations, prolongée par un piano aux sombres résonances. Soudainement, un homme hurle en portugais, sur une musique décomposée, lourde, hachée, qui s’emballe vers une dansante mascarade de piano et saxophone. Un violon féroce tourne autour, tel un frelon fou ; mais jamais l’ensemble ne vire à la cacophonie. Chaque instrument s’exprime, se tait, est relayé par un autre, et reprend immédiatement quand le second a terminé. C’est comme une discussion virulente, le soir dans une ruelle craignos. Qui se poursuit, à l’aube, dans un quartier gitan, quelque part en Andalousie. Parfois on pense à Fantazio. A cause du mélange entre cris bestiaux et sensibilité instrumentale. De la voix masculine qui braille comme un nouveau-né sur des pizzicatos de contrebasse. Le dub est aussi présent puisque Squarcicatricci a reçu, lors des sessions d’enregistrement, le concours des stars bosniaques du dub, Vuneny. Trop riche pour pouvoir en faire le tour à l’issue d’une seule audition, ce disque s’apprivoise au fil des écoutes… – Alice Bossut – 04/2010 – link

Guts Of Darknessbanniere_468x60-1squarcicatrici_2Cover
banniere_468x60Squarcicatrici est une ambitieuse formation dont le pied à terre est situé en Italie mais qui, pour son nouvel album éponyme, ouvre l’horizon de ses possibilités en y incluant pléthore d’invités venus d’un peu partout apporter des bribes de leurs couleurs locales respectives. Cosmopolite m’apparaît être l’adjectif qui sied le mieux à cette session d’enregistrement riche en rebondissements de toutes sortes … Ouvrons le livre. Un Paolo Conté revenu du carnaval de Rio se perd dans le brouillard épais des docks à deux pas d’un marché clandestin chinois. Il assiste impuissant à l’assassinat d’un combo klezmer mort torché et aux abois, dégommés par les rafales d’une dizaine de mitrailleuses expectorant leurs douilles dans un cliquetis des enfers. Quand la fumée se dissipe, une danseuse espagnole au regard de braise apparaît, une rose plantée entre les dents. Les ondulations chaloupées de sa croupe semblent opérer leurs charmes sur notre homme lorsque, soudain, un rastaman surgit de nulle part les accoste pour leur refourguer sa beuh … Oui, bah, euh, à force de vouloir se la jouer versatile, Squarcicatrici perd parfois le fil des histoires qu’il tente de raconter. Un peu comme dans “Le Magnifique”, le film de Belmondo, vous vous souvenez ? L’atmosphère moite reste toutefois celle d’une bossa nova fatiguée, jouée par un ensemble qui jette à chaque fois toutes ses dernières forces dans la bataille. Tour à tour mélodieux, plaintif ou chaotique, Squarcicatrici séduira assurément l’amateur de jazz moderne, mais aussi tous les expérimentateurs de tous bords qui voient la musique comme le véhicule privilégié à l’expression de sentiments trop profonds que pour être traduits par de simples et si corruptibles mots. Un disque certes difficile à pénétrer, mais qui peut s’avérer gratifiant sur la longueur. (4/6) – Hellman – 23/01/2010 – link

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squarcicatrici_2CoverLogo KwadratuurHet Italiaanse ensemble Squarcicatrici is aan een antwoord op hun eerste plaat ‘Bossa Storta’ toe. Op het naamloze album brengt deze geschifte bende eclectische muziek die losjes gebaseerd is op de freejazztraditie. De groep, onder leiding van multi-instrumentalist Jacopo Andreini, houdt van confrontatie en laat Fela Kuti muzikaal aftuigen door Fanfare Ciocărlia en lieflijke bossa novamelodieën à la Jobim worden ruw onder handen genomen door schreeuwende punk als van The Ex. Het album van de Italianen is een caleidoscopisch plakboek van stijlen. Opvallend genoeg blijft de coherentie tussen de nummers overeind. Het geluid van Squarcicatrici kenmerkt zich dan ook door een karakteristieke voorkeur voor aggressieve intensiteit, extreme dynamieken en een ruwe klankkleur. De 12 nummers op dit album kronkelen tussen beeldschone, gelaagde melodieën, asymmetrische ritmes en onwereldse noise. Squarcicatrici beweegt zich, zoals ook hun landgenoten van Actis’ Band, op de breuklijn tussen verschillende muzikale culturen: traditionele Balkanmelodieën komen samen met Franse rock en Italiaanse free jazz. De confrontatie wordt bewust opgezocht. Vooral op het begin van de plaat lijken sommige nummers de structuur van een bokskamp te hebben. Na vlagen van woede, aggressie en spontane versnellingen zoeken de kampers even naar adem om elkaar daarna weer in de haren te vliegen.Opener ‘Afrotellaci’ is zo een vechtscheiding tussen een wulpse Balkanmelodie en de geluidsexperimenten van John Zorn. In het ingetogen ‘Macedone’ is het vooral saxofonist Andreini die wild om zich heen schopt. Het nummer schetst Macedonië als een kruidvat. Een mooie folkmelodie wordt unisono gebracht door gitaar en accordeon, terwijl een houten, repetitieve baslijn een rustieke rust brengt. Andreini’s kopstem zingt uit volle borst een wanhopige klaagzang, die hij later onderstreept met een korte, furieuze saxsolo waar vooral zijn grofkorrelige klank opvalt. Het laatste kwart van de plaat is veel kalmer en filmischer, alsof de groep haar kruid al verschoten heeft. De energetische botsingen worden echter vervangen door prachtige arrangementen. De akoestische gitaar, de zwoel swingende bas en de behoudende percussie maken een introducerend uitstapje naar bossa nova in ‘Izgubljen Sambetta’. De ingetogenheid wordt langzaam geïnjecteerd met lange, hoge tonen die de boel subtiel ontregelen. Na een korte stilte zet de bas in met een pompende reggae baslijn en drijft ook de drum het tempo op met een snel, droog ritme op hi-hat en rimshots . De bossa-melodie keert terug in een gemanipuleerde gitaar en ook de stekelige saxofoon blijft onderhuids sluimeren en steekt af en toe de kop op. In de finale wordt er nog lustig geëxperimenteerd met klanken, echo’s en schijnen van melodieën die worden geïntroduceerd en meteen weer afgevoerd.
Squarcicatrici wil zich losmaken van grenzen en gaat daar ver voor. Invloeden van Chinese folk zijn terug te vinden in ‘Afrocina’. De contrabas strijkt een bezwerende melodie die rondfladdert op een volkse markt in Peking. Viool en fluit spelen een mooie contrapuntmelodie die tussen de rituele percussie ronddartelt.Ook in ‘Gorecky’ houdt de saxofoon zich initieel op de achtergrond en kiest de groep voor een meer cinematografische aanpak. Het nummer wordt traag opgebouwd met aangeslagen pianoarpeggio’s en wiegend gitaargetokkel. De achtergrond wordt gekleurd met subtiele, uitgesponnen vioolnoten, die langzaam een donkere depressie vormt. De donkere kracht van de arrangementen zorgen voor een muzikaal bezwangerde lucht die ontploft met zware gitaren en striemende fluittonen van de viool. Jammer genoeg komt dit niet helemaal tot uiting door een ietwat lullig muzikaal staartje dat de drift eruit haalt.
Andreini en de zijnen nemen de luisteraar mee op een organisch avontuur waar voor verveling geen plaats is. De plaat schuwt de polemiek niet en uit dat in een confronterende inventiviteit. De gefragmenteerde en prikkelbare composities zijn gebalde dialogen tussen stijlen uit de hele muziekcatalogus. – Simon Claessens – 31/05/2010 – link

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Het Italiaanse ensemble Squarcicatrici staat voor eclectische muziek die houdt van improvisatie en confrontatie. Hun naamloze tweede plaat is een caleidoscopisch plakboek van stijlen: Fela Kuti’s afrobeat krijgt muzikale lappen van Fanfare Ciocărlia en lieflijke bossa novamelodieën à la Jobim worden ruw onder handen genomen door schreeuwende punk als van The Ex. In het weemoedige ‘Macedone’ ontwikkelt Squarcicatrici zijn typische geluid dat zich kenmerkt door een karakteristieke voorkeur voor aggressieve intensiteit, extreme dynamieken en een ruwe klankkleur. Het nummer beweegt zich tussen gelaagde melodieën van accordeon en gitaar, dissonante solo’s en onwereldse noise waar vooral veel pijn in zit. Een mooie folkmelodie wordt unisono gebracht door gitaar en accordeon, terwijl een houten, repetitieve baslijn een rustieke rust brengt. Andreini’s kopstem zingt uit volle borst een wanhopige klaagzang, die later onderstreept wordt met een korte, furieuze saxsolo waar vooral haar grofkorrelige klank opvalt. Een zenuwachtige en ongeduldige tenorsax geeft de ontwrichte accordeonsolo geen tijd om de solo af te maken en neemt snel en agressief de solo over. Hier stampt hij niet om zich heen als een wildeman, maar beweegt hij zich meer als een overweldigende overstroming: onstopbaar worden alle noten meegesleurd in een wervelende, legato frasering. Na deze eruptie wordt ‘Macedone’ rustig naar het graf gedragen met zacht geweeklaag dat het nummer kermend en vol pathos afsluit. –  Simon Claessens – 31/05/2010 – link

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squarcicatrici_2Coverhttps://i0.wp.com/i50.tinypic.com/2hdmb7a.jpgOriginaire d’Italie, SQUARCICATRICI qui compte dans ses rangs Jacopo Andreini (batteur de L’ENFANCE ROUGE) est un groupe à géométrie variable. Sur le premier album, Bossa Storta, on dénombrait 13 musiciens ayant participé à l’album. Pour ce deuxième album, le groupe qui manie des influences Jazz, Bossa Nova, Tziganes et Noise, a ouvert les frontières avec des invités venus des quatre coins du monde comme Erwan Naour ( LES HURLEMENTS DE LEO ), les héros bosniaques du Dub, VUNENY ou le sociologue brésilien Chico Caminati qui signe le livret de ses écrits. L’album n’est pas pour autant disparate. En associant pléthore d’influences et d’invités aux caractères multiples, SQUARCICATRICI parvient à garder le cap et à maintenir sa ligne directrice. Une ligne directrice bien évidemment déjà très ouverte sur le monde, mais cohérente. SQUARCICATRICI, c’est un peu comme une grande ville… une mégalopole en fait. Les cultures et les influences se mélangent. Les rencontres semblent improbables et pourtant elles se passent. Tout se dénature quelque peu pour se reconstruire en de nouvelles essences métissées. C’est qui arrive à ce Jazz moderne et à cette Bossa Nova exténuée. La musique de SQUARCICATRICI se veut le véhicule d’émotions nocturnes et bigarrées. De rencontres aléatoires. De renaissances impromptues. Ce deuxième album nécessite de prendre le temps pour le maîtriser, même si pour un album aux lourdes influences Jazz, il reste particulièrement facile d’écoute. – Fred – 26/02/2010 – link

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bossa storta_cover_1logo-saravah“Bossa Storta” è il primo disco di canzoni di Jacopo Andreini, dopo oltre 120 album in 10 anni in cui si è confrontato con musicisti di tutto il mondo tra rock, freejazz, classica contemporanea, elettronica, pop e rumorismo. Il disco esplora uno spettro molto ampio di arrangiamenti e sapori: dai ritmi bossanova, filtrati da armonie dodecafoniche e strutture dispari, a sassofoni deraglianti su drum’n’bass umanizzata, dai pattern swinganti in 5/8 che sorreggono progressioni di accordi emozionanti a sezioni d’archi che mostrano i muscoli lottando con percussioni ricavate da bidoni di petrolio. I testi sono perlopiù in francese e sezionano l’acre sapore delle relazioni tra esseri umani che si mettono in gioco con il lato oscuro delle passioni. L’album contiene 12 canzoni in 40 minuti, ed è stato registrato e mixato in 18 mesi con 13 musicisti in 6 ambienti diversi, per poter assaporare le singolarità acustiche di case, corridoi, salotti e stalle.
E non è un caso che Saravah, etichetta francese con base a Tokyo, Nantes e Rio de Janeiro, abbia scelto questo album per festeggiare i suoi 40 anni di attività, all’insegna della ricerca di musiche emozionanti, da Brigitte Fontaine a Areski, Steve Lacy, Alfred Panou, Kazumi Fukagawa, Art Ensemble of Chicago, Francis Lai, Jacques Higelin e Pierre Barouh.

logo-saravahJacopo Andreini est l’un des musiciens les plus actifs de la scène d’avant-garde italienne. Producteur d’une cinquantaine d’albums (dont une vingtaine sous son nom), au sein de sa propre structure Frigorifero prod., il sillonne les scènes européennes (avec quelques incursions aux Etats-Unis) depuis quinze ans, notamment en tant que batteur/saxophoniste du trio L’Enfance Rouge. Multi-instrumentiste éclairé, il participe à plusieurs formations free-jazz et d’avant-rock et se produit également en tant que DJ Faccia di merda. Il puise son inspiration dans tous les courants, de la world music à la techno bruitiste, et entretient une bibliographie (vingt récits publiés à ce jour) qu’on imagine aussi subtile que sa musique.
«Bossa Storta», le projet le plus ambitieux de Jacopo Andreini, allie ses expériences musicales et narratives, proposant quelques belles chansons, écrites et interprétées en français, mêlées à des instrumentaux ouvragés, puisant dans la richesse rythmique des musiques afro-brésiliennes. Une bossa nova claustrophobe, soumise à la « torsion » free-jazz et électro, accompagne le récit d’une passion déçue, couronnée par une version déchirée du «Io si» de Luigi Tenco, l’amant suicidé de Dalida.
On comprendra, à l’écoute de cette suite, expérimentale et ludique, impliquant une douzaine de musiciens et une longue gestation artistique, que son producteur se soit adressé au label mythique, qui, depuis ses débuts, privilégie la fusion de la chanson populaire et de l’art contemporain.

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imagesIntervista a Jacopo Andreini

Dopo l’esordio in proprio “Bossa Storta”, uscito per la Saravah tre anni fa, alla fine del 2009 Jacopo Andreini ha dato alle stampe il suo il secondo album, per Wallace, Burp, San Giuseppe e Frigorifero Produzioni. Solo chestavolta, invece che pubblicarlo a proprio nome, ha utilizzato la ragione sociale Squarcicatrici (che è anche il titolo dell’album), come chiamava cioè il progetto quando lo portava dal vivo. Il disco nuovo ha ancora questo sapore internazionale che sembra tangere gli stili e l’essenza più preziosa di mille personalità musicali: quella multiforme del leader e quelle dei musicisti che vi hanno partecipato.

Per il primo disco, realizzato con una band di tredici elementi, avevi usato il tuo nome; adesso che il gruppo è di undici elementi (quasi tutti differenti dai primi) Squarcicatrici è diventato il nome del progetto anche per il disco.
Esatto. Perché nel frattempo il mio progetto è diventato un gruppo e non più mio e basta, anche se la maggior parte dei pezzi del disco sono miei, però avevo voglia di agglomerare tutte queste energie intorno alla sensazione di gruppo.

Nel disco troviamo “Izgubljen sambetta”, che mi incuriosisce sin dal titolo.
“Izgubljen” vuol dire “mi sono perso” che a volte è un concetto che si ritrova nella vita di tutti i giorni e avendo chiesto di fare un remix ai Vuneny – che è gruppo bosniaco fantastico che ho conosciuto anni fa tramite il gruppo di cui faccio parte, l’Enfance Rouge, e con cui abbiamo fatto tanti concerti sia in Italia che in Francia e in Bosnia – gli ho chiesto di tradurre questo concetto dell’essersi persi in bosniaco e da lì è venuta fuori questa doppia versione del titolo.

Quali sono le differenze tra il primo e il secondo album a livello compositivo?
Nel primo ci sono canzoni più o meno intorno a questo concetto della bossa storta: quindi sapori brasiliani anche se molto “violentati”, mentre il secondo album, tagliando grosso, è una specie di afro jazz punk, quindi un po’ più aggressivo e molto più strumentale, perché alla fine anche se la voce è in moltissimi pezzi le parole sono soltanto in due e un pezzo non lo canto neppure io, ma il cantante di République du Solage: un progetto che avevamo fatto qualche anno fa, in Francia sempre legato all’Enfance Rouge e quindi è un pochino più rivolto a questa specie di aggressività romantica.

A proposito della tua voce, come fai a riprodurre questo tuo “urlo primitivo”?
Viene fuori. Ho scoperto una valvola nella gola che si è aperta per conto suo ed è uscita questa voce molto alta come ad esempio in “Macedone” e sono alcuni anni che per i miei live in momenti di improvvisazioni uso questa voce, che per la prima volta ho registrato adesso anche su disco.

Quando conosci le persone in cui ti imbatti andando in giro, ti capita di vedere la persona che hai di fronte come un suono?
No. Penso di trovare piuttosto immediatamente delle affinità di tipo umano, di tipo personale e da lì magari nasce ad un certo punto qualcosa di musicale, però penso che la prima cosa che mi fa notare una persona sia il suo lato umano.

Secondo me, i tuoi incontri sono stati fondamentali anche per il tuo istinto compositivo. Chi tra gli undici elementi che ti accompagnano in questo disco ti ha ispirato o è tutto partito prima da te?
Molti pezzi sono partiti da me, però molti sono nati altrove ma si sono sviluppati e sono diventati adolescenti in studio. E lo studio, vorrei sottolinearlo, è la casa dove vivo adesso in mezzo ai boschi che è un bellissimo posto per comporre arrangiare, registrare, stratificare, cancellare, ripensare a quello che si fa. Per cui è vero in parte, ad esempio la voce di Erwan Naour dei Les Hurlements d’Leo, mi ha fatto sviluppare quel pezzo in una chiave più drum‘n’bass molto sporca, come poteva suonarla Fela  Kuti. Oppure c’è Enrico Antonello alla tromba che ho conosciuto con la Pangoliniorchestra. Ecco, lui forse è una persona che ho voluto anche per il suono che ispira quando lo conosci.

Dentro il disco poi troviamo anche un cartoncino che riporta uno scritto del tuo amico Chico Caminati. Visto che è scritto in portoghese, cosa dice?
Chico è un sociologo brasiliano che si occupa di free software Linux e radio indipendente e mi raccontava di fare radio né fuori legge né dentro la legge, ma libera. E sono cose che fa in Brasile nel posto dove vive e nella foresta Amazzonica. Nel corso degli anni abbiamo parlato tanto e molto spesso di quello che succede adesso nel mondo a livello sociale, socio economico, politico, e allora gli ho chiesto di scrivere un saggio sulla situazione attuale e lui ha scritto questa cosa che in realtà nega la possibilità di scrivere un saggio sociologico, perché la sociologia è stata inventata dagli occidentali; e invece dà, secondo me, un bellissimo punto di vista terzomondista (senza vergognarsi del termine) della crisi economica di oggi come prima possibilità per la cultura del terzo mondo di inserire, per la prima volta, la propria voce e proporre, un vero sistema di pensiero alternativo a quello che ha dominato il mondo negli ultimi cinquecento anni.

Chi ha registrato il disco?
Io con Andrea Caprara che mi ha sempre aiutato in queste idee folli e con cui collaboro per un sacco di progetti. Abbiamo un quartetto con le musiche di Edoardo Ricci e abbiamo messo su anche un nuovo progetto che è dedito a versioni free jazz di canti anarchici italiani dell’inizio del secolo scorso. È una persona molto appassionata che ama mettere disposizione quello che ha per far realizzare le cose anche agli altri. Adesso ci stiamo dedicando a Tsigoti di cui fa parte anche Matteo Bennici al basso perché il pianista Thollem McDonas che completa il gruppo torna in Italia dagli Stati Uniti per delle date qui. Il disco nuovo è uscito alla fine di gennaio per Esp Disk e stiamo lavorando a quello nuovo che fa parte della trilogia sulla guerra.

Dal vivo com’è composta la band di  Squarcicatrici?

Anche questa ha avuto un sacco di rimaneggiamenti. Ho avuto alla batteria anche Jonathan Burgun dei Radikal Satan che veniva da Bordeaux o adesso suoniamo anche con Andrea Belfi che ha tutta la sua carriera di musicista elettroacustico con Mike Watt. Sono entrati dopo pochissimo, Simone Tecla alla batteria e Piero Spitilli al contrabbasso che vengono dalla scena sia jazz che rock di Firenze con soprattutto Piero sta bruciano un sacco di tappe con la sua curiosità infinita per gruppi, stili e generi e sta studiando tutto e suonando dappertutto di continuo. È fantastico averlo con noi.

Francesca Ognibene – 03/2010

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